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IL TRAMONTO DI GIOLITTI
 18 gennaio1926
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" di domenica 15 febbraio 2025 pagg. 1 e 6.
   Alcuni stanno armeggiando per ricordare Giovanni Giolitti nel centenario della morte (17 luglio 1928). Lamentano che il maggiore statista dell'Italia postunitaria forse è un po' dimenticato. Càpita a tanti. In un futuro sempre più fosco, incombe il presente, assillante, a spese del passato. Comunque, per conforto di chi non ha dimestichezza  con la storia d'Italia nel quasi mezzo secolo durante il quale Giolitti sedette alla Camera (1882-1928) altri hanno continuato a scriverne libri di diffusione nazionale e hanno pubblicato gli Atti dei governi da lui presieduti, le relazioni di accompagnamento delle principali leggi da lui varate e il carteggio, compresi molti inediti: tre volumi, cinque tomi, 5.000 pagine, a cura di Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato. Non è poco per chi voglia capire e far conoscere lo statista che nel 1892, cinquantenne (non quarantenne, a differenza di quanto scrive un cattedratico), venne incaricato da Re Umberto I di formare il governo.
   Proprio in vista del Centenario della sua morte, che è patrimonio universale, va ricordato che a pugnalare Giolitti nella schiena non furono squadristi mussoliniani ma il Consiglio provinciale di Cuneo, nel dicembre 1925. A salvare la continuità della “civiltà liberale” non solo in Piemonte furono l'industriale Luigi Burgo e il circolo cuneese“L'Caprissi”, che forse pochi conoscono.


Il ritorno di Giolitti al governo....    
  Il 21 giugno 1903 Giolitti si dimise da ministro per l'Interno. Attese... Il 29 ottobre Giuseppe Zanardelli, malato da tempo, lasciò la presidenza del Consiglio. Morì il 26 dicembre. Vittorio Emanuele III incaricò Giolitti di formare il governo. Gli dette tre giorni di tempo, perché doveva partire per Londra in visita di Stato, programmata da mesi.
  Giolitti tenne per sé l'Interno, affidò gli Esteri a Tommaso Tittoni, la Giustizia a Scipione Ronchetti, massone, le Finanze a Luigi Luzzatti, antico”fratello” e tra gli economisti italiani più apprezzati in Europa, e le Finanze a Pietro Rosano. Per bloccare sul nascere uno scandalo artificioso dalle possibili ricadute sul governo, Rosano si uccise sparandosi alla tempia. In una lettera stoica salutò Giolitti e i colleghi. Il presidente affidò i Lavori Pubblici a  Francesco Tedesco e l'Istruzione al siciliano Vittorio Emanuele Orlando, con irritata delusione del cuneese Tancredi Galimberti, che si vide interrotta la carriera politica intrapresa brillantemente e da molti antiveduto quale possibile futura alternativa a Giolitti. Era incappato in uno “scandalo” di modestissime dimensioni, ma nel clima arroventato dell'epoca bastava un nonnulla per finire nella sulla graticola.
   Le vicende romane si riverberarono sul Consiglio provinciale di Cuneo, che elesse presidente Giolitti in coincidenza con le Esposizioni Agricole Riunite  dell'agosto 1905, visitate dal re e dalla regina Elena, e sul consiglio comunale di Cuneo. Mentre i liberali si azzannavano in fazioni il consesso locale registrò l'ingresso di esponenti cattolici strenuamente propugnati da “Lo Stendardo”, un periodico originariamente contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” quando il quotidiano della famiglia Galimberti era attestato su una linea anticlericale.
   Messa a segno la vittoria nel rinnovo della Camera il 6 novembre 1904 (dopo il fallimento dello sciopero generale propugnato dal partito socialista italiano, quasi in risposta alla nascita del principe ereditario Umberto di Piemonte nel Castello di Racconigi, il 15 settembre), nel marzo 1905 Giolitti lasciò spazio a due governi presieduti dal fedelissimo Sandrino Fortis, massone, anticamente repubblicano. In due successivi governi Fortis mise a segno la statizzazione delle ferrovie, propizia alla dotazione di copiosi capitali privati, di lì a poco investiti nella nascente e redditizia industria idroelettrica. Alle sue dimissioni seguirono un governo di breve durata presieduto da Sidney Sonnino (febbraio-maggio 1906) e il suo ritorno alla presidenza del consiglio.

La svolta filofascista del Consiglio provinciale cuneese...  
 Giolitti dominò pressoché incontrastato la vita politica della Provincia Granda per un ventennio. Nell'estate del 1925 si avvertirono le prime crepe della sua egemonia. Gli Atti del Consiglio provinciale di Cuneo 1925 erroneamente pubblicano in apertura l'elenco alfabetico dei consiglieri del quadriennio 1920-1924, “in carica al 31 dicembre 1925”. Tale repertorio, in realtà, era superato dagli eventi. Infatti dal 21 dicembre il consiglio aveva mutato volto per l'improvvisa sterzata di “moderati” e cattolici del verso il fascismo.
   Da mesi l'egemonia giolittiana, che risaliva all'ultimo decennio dell'Ottocento ed era divenuta granitica con il ritorno dello statista al governo a inizio Novecento, stava scricchiolando. Il consesso provinciale si riunì in seduta straordinaria il 20 aprile 1925. Alla seduta, presieduta da Giolitti e presente il prefetto Osvaldo Nobile, di nuova nomina e preceduto dalla fama di ottimo amministratore secondo il generoso “benvenuto” portogli da Giolitti, parteciparono 44 dei 58 consiglieri in carica. Il prefetto ringraziò e assicurò che avrebbe propugnato le aspirazioni della Provincia presso il governo. I presenti applaudirono. Probabilmente pochi percepirono che il prefetto era succubo del ministro per l'Interno Luigi Federzoni, nazionalista e da sempre antigiolittiano dichiarato. Superata la “crisi” aperta dall'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, Mussolini teneva in pugno il governo e si valeva di Federzoni, massonofobo, per sgominare definitivamente quel che rimaneva dell'opposizione al regime incipiente. Non solo. Mussolini era anche titolare dei ministeri militari (Guerra, Marina, Aeronautica), dai quali dipendevano i rispettivi “servizi” e il corpo dei Carabinieri, fondamentale per informazioni e ordine pubblico.  
    Il consiglio provinciale di Cuneo tornò a riunirsi il 10 agosto 1925 con la presenza di soli 39 membri. Sette giustificarono l'assenza. Giolitti (assente e non giustificato) fu rieletto presidente per il quadriennio 1924-1928 con 29 suffragi (uno in meno del 50% dei 60 consiglieri), cinque schede bianche e voti dispersi. Presieduto dal senatore Marco di Saluzzo, marchese di Saluzzo, il consesso inviò omaggi di rito al re, che soggiornava nella Granda, e a Giolitti. Nel corso di due sessioni nella stessa giornata, il consiglio inviò le condoglianze all'ingegnere Luigi Burgo, industriale in ottimi rapporti con il Re e con Giolitti, per la morte del figlio, Willy, sepolto il giorno antecedente la riunione. A conferma del clima civile al quale si ispiravano i lavori del consesso, al cordoglio si associò il consigliere Paolo Roberto, rappresentante del mandamento di Verzuolo. Alle 17, accertato che i presenti si erano ridotti a venti e quindi mancava il numero legale, la seduta fu aggiornata al 24 agosto. Per motivi non affioranti dai verbali, tale riunione non ebbe luogo. 
  Presieduto da Giolitti il consiglio si radunò alle 14 del 15 ottobre, con la presenza di 39 membri. Sei, tra i quali Annibale Galateri di Genola e Marcello Soleri, giustificarono l'assenza. In apertura Giolitti ringraziò “i Consiglieri che nella scorsa adunanza in sua assenza vollero riconfermargli il mandato di Presidente”. Sbrigate poche pratiche di modesto rilievo, mentre altre, più rilevanti, furono rinviate. Alle 17 la seduta fu sciolta. Indolenza? Incertezza politica?  
  La Granda era tranquilla, ma il Paese attraversava settimane tempestose.
  Nella notte del 3-4 ottobre a Firenze gli squadristi comandati da Tullio Tamburini compirono i delitti che meritarono alla città di Dante l'epiteto di Fascistopoli. Ne rimasero vittime Giovanni Becciolini, l'ex deputato socialista Gaetano Pilati, Gustavo Console e almeno altri quattro sventurati. Fu la “notte di San Bartolomeo” narrata da Vasco Pratolini in “Cronache di poveri amanti”.

... e la pugnalata nella schiena di Giolitti              
  Nel dicembre 1925 in pochi giorni l'egemonia giolittiana crollò di schianto. Inviato appositamente a Cuneo, Prospero Gianferrari, deputato del partito nazionale fascista e  fiduciario di Mussolini, di concerto con il deputato fascista Daniele Bertacchi (“giovane distinto, studioso, valoroso in guerra e in pace” a detta del deputato e consigliere provinciale Guido Viale, in transito dall'area liberale al partito fascista), il 17 dicembre convocò in prefettura i pochi consiglieri provinciali nazional-fascisti e i più addomesticabili esponenti  popolari, liberali ed ex socialriformisti, come Giuseppe Ghio, già capofila dell'Associazione “Giordano Bruno”, anticlericale militante, razionalista in confusione.
   Ai presenti fu imposto di sottoscrivere la richiesta che l'amministrazione provinciale si allineasse a quella nazionale. Apertis verbis il missus di Mussolini fece capire che la svolta era condizione vincolante per il finanziamento governativo di opere pubbliche in corso di realizzazione. Era il caso dell'imponente viadotto sulla Stura che avrebbe fatto di Cuneo una città “di pianura”, agevolmente raggiungibile per strada e ferrovia da chi vi arrivi dal ventaglio di valli alpine alla sinistra del fiume e dalle direttrici di chi vi provenga da Saluzzo-Pinerolo e da Torino. Diversamente il consiglio sarebbe stato sciolto e l'amministrazione provinciale sarebbe stata commissariata. Non faticò a ottenere rapidamente le firme della maggioranza dei consiglieri in carica.   
   Chiamato in prefettura mentre sedeva in un caffè vicino al palazzo civico, poco distante dalla prefettura, che a sua volta ospitava l'amministrazione provinciale, anche il liberale Antonio Bassignano, sino a poco prima sindaco della città, aderì a quella che nel libro di memorie pubblicato nel dopoguerra egli stesso definì “lurida congiura”. Lo sventurato firmò.
   Giolitti era a Roma. Appena ne ebbe notizia sfogliando “La Stampa”, il 21 dicembre scrisse una “lettera pubblica” agli elettori amministrativi dei mandamenti di San Damiano e Prazzo. Comunicò le dimissioni da presidente del consesso cuneese e, “per elementare senso di dignità, anche da quello di consigliere”.
   “Io rispetto il governo del mio paese – aggiunse-  ma mi sentirei indegno di rappresentare i fieri montanari dei mandamenti di San Damiano e Prazzo se, per opportunismo avessi, sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale che professai in tutta la mia vita, e che fu quella di tutti i nostri rappresentanti dal 1848 in poi”. Concluse: “Ricorderò finché avrò vita le costanti e magnifiche prove di fiducia avute dai paesi in mezzo ai quali vissero per secoli i miei antenati”.
   Di quella stessa valle erano originari gli Einaudi, dai quali discendevano Luigi, monarchico, liberale e dal 12 maggio 1946 primo presidente pleno jure della Repubblica italiana, e i Soleri, legati da vincoli familiari a Camillo Peano, prefetto, segretario particolare di Giolitti, eletto deputato nel 1913, più volte ministro e nominato presidente della Corte dei conti quattro giorni prima della cosiddetta “marcia su Roma”. All'epoca Luigi Einaudi era guardingo nei confronti del governo Mussolini. Ne aveva apprezzato le prime misure, ispirate a liberismo e al contenimento della spesa pubblica, ma era negativamente impressionato dall'imperversare di nuove ondate di criminalità politica, non adeguatamente prevenute dal governo presieduto da Mussolini.      
 
“Tu quoque...!”
  A metà dicembre del 1925 Bassignano fu accolto socio nel circolo “l'Caprissi”. La sua parabola politica si stava concludendo. Il 16 rassegnò le dimissioni da sindaco di Cuneo. In aggiunta a quelle di Giolitti esse suggellarono il tramonto del liberalismo alla guida della vita pubblica cuneese.           
    Il consiglio provinciale tornò a riunirsi alle 13 e 50 del 18 gennaio 1926. Presenti 38 componenti e 3 giustificati, il presidente provvisorio Guglielmo Abate, eletto nel mandamento di Peveragno, comunicò le dimissioni di Giolitti e le mise in votazione. Giorgio Tornari (mandamento di Benevagienna) chiese che venisse letta la lettera di Giolitti, ma Abate rifiutò perché – egli disse- la votazione era già in corso. La sua proposta fu accolta per alzata di mano “a grande maggioranza”, senza verbalizzazione nominativa di voti contrari e di astensioni. Perciò non si conoscono i nomi dei giolitticidi. 
    Così il consesso ritenne di rimuovere la memoria di chi ne era stato componente per quarant'anni e presidente per venti, ministro del Tesoro dal 1889 e cinque volte presidente del consiglio dei ministri nel trentennio 1892-1921. Tre anni prima, il 23 ottobre 1922, quello stesso consiglio gli aveva fatto omaggio di una medaglia d'oro e aveva deliberato di intitolare a suo nome una borsa di studio per onorarne perpetuamente il nome.   
  Il 18 gennaio 1926 quel che rimaneva del consiglio cuneese dette dimostrazione memorabile di meschinità nei confronti del maggiore statista italiano dalla proclamazione del regno in poi. Giolitti governò lo Stato d'Italia quando esso era pienamente sovrano e indipendente. Non è confrontabile con chi presiedette l'esecutivo dopo la resa senza condizioni del settembre 1943, quando l'Italia divenne uno Stato a sovranità limitata.
    Con 34 voti il consiglio elesse presidente il monregalese Guido Viale, già liberale, dal 1924 eletto deputato nella Lista Nazionale. Dopo l'omaggio di rito alla memoria della Regina Margherita, morta a Bordighera, Viale si produsse in una dichiarazione meritevole di menzione per comprendere il profondo distacco del regime novello dallo stile che aveva improntato i lavori del consesso nei settantasei anni dalla sua costituzione: “Afferma – si legge negli Atti del Consiglio- che il tempo degli equivoci, delle transazioni, dei facili compromessi, è scomparso per sempre e soggiunge che se egli stesso ritenne, in un primo tempo, che il Fascismo fosse, più che un partito vero e proprio, un semplice movimento di alta intellettualità ed uno stato d'animo, allorquando vide - in occasione di un tragico e deplorevole avvenimento (rapimento e assassinio di Matteotti, NdA) - il Fascismo fatto segno ad ogni forma di attacchi e di oltraggi, sentì essere giunto il momento di scegliere decisamente la sua via, la via che gli additava la voce della Patria”, anche a prezzo di “distacchi dolorosi da amici insigni”. Ringraziato il prefetto per aver diffuso in provincia “il soffio della nuova passione politica”, Viale rilevò la fine “del vieto concetto della separazione tra la vita politica e quella amministrativa”. Questa doveva “inquadrarsi nel movimento politico nazionale, iniziato dal presente Governo ed irradiato dalla luce del bene, della verità e della giustizia; del bene perché il Governo di Benito Mussolini ha già attuato e va attuando un complesso di provvidenze sociali altamente commendevoli a beneficio dei lavoratori; della verità perché questo Governo ha cacciata la tenebrosa setta della Massoneria che avvelenava la vita politica italiana; della giustizia perché colla legge sulla stampa (che annientò la libertà del giornalismo, NdA) si è preclusa la via a tutti coloro che della stampa facevano una indegna speculazione. A questa luce di bene, di verità e di giustizia, che ha ricondotto Dio nelle chiese, nelle scuole, nella Aule del Parlamento, il consiglio dovrà improntare l'opera sua”. Superfluo osservare che la politicizzazione dell'amministrazione pubblica statale e locale è il pessimo dei mali. Viale chiuse con la proposta di due telegrammi esultanti a Mussolini e a Federzoni, giolittofobo e massonofago.
  Di seguito vennero comunicate le dimissioni del vicepresidente Marco di Saluzzo, approvate a grandissima maggioranza, come quelle di Fillia, Gullino, Miraglio, Caramelli, Chiaramello, Garelli, Ferrari, Soleri e Vallauri. Queste ultime furono respinte su proposta di Galateri perché nel frattempo Vallauri si era iscritto al partito nazionale fascista.

“L'Caprissi”, ultimo refugium dei liberali.
   Nel 1932 il circolo cuneese “L'Caprissi”, fondato nel 1875, monarchico e prevalentemente liberal-democratico, con significativa presenza di socialriformisti e di massoni, accolse socio Marcello Soleri, avvocato, già deputato e ex ministro.  'l Caprissi sapeva quel che si faceva: bilanciava l'ingresso di due fascisti, il deputato Imberti, podestà di Cuneo, e l'avvocato Gaetano Toselli, futuro deputato del Pnf, con quello del più autorevole esponente del liberalismo italiano dopo la morte di Giolitti.
   Il 1938 si aprì a Cuneo con la chiusura di circoli ricreativi per ordine del federale Antonio Bonino. Ne dette conto la “Sentinella d'Italia” il 6 gennaio. Furono soppressi, fra altri, il Circolo Sociale, la bocciofila La Novella e le sezioni locali del Club Alpino Italiano e dell'Associazione Nazionale Alpini, tutte assorbite nell'Opera Nazionale  Dopolavoro. Nella sede del Circolo sociale si installò il Dopolavoro Città di Cuneo. Esso era riservato a “persone di elevato censo, professionisti, ufficiali, industriali, dirigenti di uffici e di azienda, e quanti altri, per merito o condizioni, si adegueranno alla maggiore portata di tale vita associativa”. Le attività sportive furono tutte convogliate nel Dopolavoro Cuneo Sportiva. Per non sottostare alla pretesa che l'avrebbe snaturato, il Caprissi decise l'auto-scioglimento. Mesi dopo fu la volta del Rotary Club di Cuneo, sorto nel 1925.
    Secondo la tradizione i dieci fondatori del “Caprissi” avevano appreso a Nizza a “gavese i sagrin”. Nel tempo avevano incoraggiato le relazioni fraterne tra i due versanti delle Alpi del Mare. A quel punto, però, i “capricciosi”avevano motivo di sentirsi stranieri in una Patria nata all'insegna della fratellanza tra popoli ma ormai risucchiata nel vortice dell'odio tra le genti predicato dal governo. Sino a quando?

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Giolitti, il senso dello Stato sul viale del tramonto.
La storia del Caprissi (1875-2025), il Circolo ora presieduto da Franco Civallero, viene presentata nel Salone d'onore del Municipio di Cuneo alle ore 17:30 di mercoledì 18 febbraio 2026. Con la sindaca di Cuneo Patrizia Manassero interviene Diego Rubero, direttore di “il Giornale del Piemonte e della Liguria”.

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