Alcuni stanno armeggiando per ricordare Giovanni
Giolitti nel centenario della morte (17 luglio
1928). Lamentano che il maggiore statista
dell'Italia postunitaria forse è un po'
dimenticato. Càpita a tanti. In un futuro sempre
più fosco, incombe il presente, assillante, a
spese del passato. Comunque, per conforto di chi
non ha dimestichezza con la storia
d'Italia nel quasi mezzo secolo durante il quale
Giolitti sedette alla Camera (1882-1928) altri
hanno continuato a scriverne libri di diffusione
nazionale e hanno pubblicato gli Atti dei
governi da lui presieduti, le relazioni di
accompagnamento delle principali leggi da lui
varate e il carteggio, compresi molti inediti:
tre volumi, cinque tomi, 5.000 pagine, a cura di
Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio
Centrale dello Stato. Non è poco per chi voglia
capire e far conoscere lo statista che nel 1892,
cinquantenne (non quarantenne, a differenza di
quanto scrive un cattedratico), venne incaricato
da Re Umberto I di formare il governo.
Proprio in vista del Centenario
della sua morte, che è patrimonio universale, va
ricordato che a pugnalare Giolitti nella schiena
non furono squadristi mussoliniani ma il
Consiglio provinciale di Cuneo, nel dicembre
1925. A salvare la continuità della “civiltà
liberale” non solo in Piemonte furono
l'industriale Luigi Burgo e il circolo
cuneese“L'Caprissi”, che forse pochi conoscono.
Il ritorno di Giolitti al
governo....
Il 21 giugno 1903 Giolitti si dimise da
ministro per l'Interno. Attese... Il 29 ottobre
Giuseppe Zanardelli, malato da tempo, lasciò la
presidenza del Consiglio. Morì il 26 dicembre.
Vittorio Emanuele III incaricò Giolitti di formare
il governo. Gli dette tre giorni di tempo, perché
doveva partire per Londra in visita di Stato,
programmata da mesi.
Giolitti tenne per sé l'Interno, affidò gli
Esteri a Tommaso Tittoni, la Giustizia a Scipione
Ronchetti, massone, le Finanze a Luigi Luzzatti,
antico”fratello” e tra gli economisti italiani più
apprezzati in Europa, e le Finanze a Pietro
Rosano. Per bloccare sul nascere uno scandalo
artificioso dalle possibili ricadute sul governo,
Rosano si uccise sparandosi alla tempia. In una
lettera stoica salutò Giolitti e i colleghi. Il
presidente affidò i Lavori Pubblici a
Francesco Tedesco e l'Istruzione al siciliano
Vittorio Emanuele Orlando, con irritata delusione
del cuneese Tancredi Galimberti, che si vide
interrotta la carriera politica intrapresa
brillantemente e da molti antiveduto quale
possibile futura alternativa a Giolitti. Era
incappato in uno “scandalo” di modestissime
dimensioni, ma nel clima arroventato dell'epoca
bastava un nonnulla per finire nella sulla
graticola.
Le vicende romane si riverberarono
sul Consiglio provinciale di Cuneo, che elesse
presidente Giolitti in coincidenza con le
Esposizioni Agricole Riunite dell'agosto
1905, visitate dal re e dalla regina Elena, e sul
consiglio comunale di Cuneo. Mentre i liberali si
azzannavano in fazioni il consesso locale registrò
l'ingresso di esponenti cattolici strenuamente
propugnati da “Lo Stendardo”, un periodico
originariamente contrapposto alla “Sentinella
delle Alpi” quando il quotidiano della famiglia
Galimberti era attestato su una linea
anticlericale.
Messa a segno la vittoria nel rinnovo
della Camera il 6 novembre 1904 (dopo il
fallimento dello sciopero generale propugnato dal
partito socialista italiano, quasi in risposta
alla nascita del principe ereditario Umberto di
Piemonte nel Castello di Racconigi, il 15
settembre), nel marzo 1905 Giolitti lasciò spazio
a due governi presieduti dal fedelissimo Sandrino
Fortis, massone, anticamente repubblicano. In due
successivi governi Fortis mise a segno la
statizzazione delle ferrovie, propizia alla
dotazione di copiosi capitali privati, di lì a
poco investiti nella nascente e redditizia
industria idroelettrica. Alle sue dimissioni
seguirono un governo di breve durata presieduto da
Sidney Sonnino (febbraio-maggio 1906) e il suo
ritorno alla presidenza del consiglio.
La svolta filofascista del Consiglio
provinciale cuneese...
Giolitti dominò pressoché incontrastato la
vita politica della Provincia Granda per un
ventennio. Nell'estate del 1925 si avvertirono le
prime crepe della sua egemonia. Gli Atti del
Consiglio provinciale di Cuneo 1925 erroneamente
pubblicano in apertura l'elenco alfabetico dei
consiglieri del quadriennio 1920-1924, “in carica
al 31 dicembre 1925”. Tale repertorio, in realtà,
era superato dagli eventi. Infatti dal 21 dicembre
il consiglio aveva mutato volto per l'improvvisa
sterzata di “moderati” e cattolici del verso il
fascismo.
Da mesi l'egemonia giolittiana, che
risaliva all'ultimo decennio dell'Ottocento ed era
divenuta granitica con il ritorno dello statista
al governo a inizio Novecento, stava
scricchiolando. Il consesso provinciale si riunì
in seduta straordinaria il 20 aprile 1925. Alla
seduta, presieduta da Giolitti e presente il
prefetto Osvaldo Nobile, di nuova nomina e
preceduto dalla fama di ottimo amministratore
secondo il generoso “benvenuto” portogli da
Giolitti, parteciparono 44 dei 58 consiglieri in
carica. Il prefetto ringraziò e assicurò che
avrebbe propugnato le aspirazioni della Provincia
presso il governo. I presenti applaudirono.
Probabilmente pochi percepirono che il prefetto
era succubo del ministro per l'Interno Luigi
Federzoni, nazionalista e da sempre
antigiolittiano dichiarato. Superata la “crisi”
aperta dall'assassinio del deputato socialista
Giacomo Matteotti, Mussolini teneva in pugno il
governo e si valeva di Federzoni, massonofobo, per
sgominare definitivamente quel che rimaneva
dell'opposizione al regime incipiente. Non solo.
Mussolini era anche titolare dei ministeri
militari (Guerra, Marina, Aeronautica), dai quali
dipendevano i rispettivi “servizi” e il corpo dei
Carabinieri, fondamentale per informazioni e
ordine pubblico.
Il consiglio provinciale di
Cuneo tornò a riunirsi il 10 agosto 1925 con la
presenza di soli 39 membri. Sette giustificarono
l'assenza. Giolitti (assente e non giustificato)
fu rieletto presidente per il quadriennio
1924-1928 con 29 suffragi (uno in meno del 50% dei
60 consiglieri), cinque schede bianche e voti
dispersi. Presieduto dal senatore Marco di
Saluzzo, marchese di Saluzzo, il consesso inviò
omaggi di rito al re, che soggiornava nella
Granda, e a Giolitti. Nel corso di due sessioni
nella stessa giornata, il consiglio inviò le
condoglianze all'ingegnere Luigi Burgo,
industriale in ottimi rapporti con il Re e con
Giolitti, per la morte del figlio, Willy, sepolto
il giorno antecedente la riunione. A conferma del
clima civile al quale si ispiravano i lavori del
consesso, al cordoglio si associò il consigliere
Paolo Roberto, rappresentante del mandamento di
Verzuolo. Alle 17, accertato che i presenti si
erano ridotti a venti e quindi mancava il numero
legale, la seduta fu aggiornata al 24 agosto. Per
motivi non affioranti dai verbali, tale riunione
non ebbe luogo.
Presieduto da Giolitti il consiglio si
radunò alle 14 del 15 ottobre, con la presenza di
39 membri. Sei, tra i quali Annibale Galateri di
Genola e Marcello Soleri, giustificarono
l'assenza. In apertura Giolitti ringraziò “i
Consiglieri che nella scorsa adunanza in sua
assenza vollero riconfermargli il mandato di
Presidente”. Sbrigate poche pratiche di modesto
rilievo, mentre altre, più rilevanti, furono
rinviate. Alle 17 la seduta fu sciolta. Indolenza?
Incertezza politica?
La Granda era tranquilla, ma il Paese
attraversava settimane tempestose.
Nella notte del 3-4 ottobre a Firenze gli
squadristi comandati da Tullio Tamburini compirono
i delitti che meritarono alla città di Dante
l'epiteto di Fascistopoli. Ne rimasero vittime
Giovanni Becciolini, l'ex deputato socialista
Gaetano Pilati, Gustavo Console e almeno altri
quattro sventurati. Fu la “notte di San
Bartolomeo” narrata da Vasco Pratolini in
“Cronache di poveri amanti”.
... e la pugnalata nella schiena di
Giolitti
Nel dicembre 1925 in pochi giorni
l'egemonia giolittiana crollò di schianto. Inviato
appositamente a Cuneo, Prospero Gianferrari,
deputato del partito nazionale fascista e
fiduciario di Mussolini, di concerto con il
deputato fascista Daniele Bertacchi (“giovane
distinto, studioso, valoroso in guerra e in pace”
a detta del deputato e consigliere provinciale
Guido Viale, in transito dall'area liberale al
partito fascista), il 17 dicembre convocò in
prefettura i pochi consiglieri provinciali
nazional-fascisti e i più addomesticabili
esponenti popolari, liberali ed ex
socialriformisti, come Giuseppe Ghio, già capofila
dell'Associazione “Giordano Bruno”, anticlericale
militante, razionalista in confusione.
Ai presenti fu imposto di
sottoscrivere la richiesta che l'amministrazione
provinciale si allineasse a quella nazionale.
Apertis verbis il missus di Mussolini fece capire
che la svolta era condizione vincolante per il
finanziamento governativo di opere pubbliche in
corso di realizzazione. Era il caso dell'imponente
viadotto sulla Stura che avrebbe fatto di Cuneo
una città “di pianura”, agevolmente raggiungibile
per strada e ferrovia da chi vi arrivi dal
ventaglio di valli alpine alla sinistra del fiume
e dalle direttrici di chi vi provenga da
Saluzzo-Pinerolo e da Torino. Diversamente il
consiglio sarebbe stato sciolto e
l'amministrazione provinciale sarebbe stata
commissariata. Non faticò a ottenere rapidamente
le firme della maggioranza dei consiglieri in
carica.
Chiamato in prefettura mentre sedeva
in un caffè vicino al palazzo civico, poco
distante dalla prefettura, che a sua volta
ospitava l'amministrazione provinciale, anche il
liberale Antonio Bassignano, sino a poco prima
sindaco della città, aderì a quella che nel libro
di memorie pubblicato nel dopoguerra egli stesso
definì “lurida congiura”. Lo sventurato firmò.
Giolitti era a Roma. Appena ne ebbe
notizia sfogliando “La Stampa”, il 21 dicembre
scrisse una “lettera pubblica” agli elettori
amministrativi dei mandamenti di San Damiano e
Prazzo. Comunicò le dimissioni da presidente del
consesso cuneese e, “per elementare senso di
dignità, anche da quello di consigliere”.
“Io rispetto il governo del mio paese
– aggiunse- ma mi sentirei indegno di
rappresentare i fieri montanari dei mandamenti di
San Damiano e Prazzo se, per opportunismo avessi,
sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale
che professai in tutta la mia vita, e che fu
quella di tutti i nostri rappresentanti dal 1848
in poi”. Concluse: “Ricorderò finché avrò vita le
costanti e magnifiche prove di fiducia avute dai
paesi in mezzo ai quali vissero per secoli i miei
antenati”.
Di quella stessa valle erano
originari gli Einaudi, dai quali discendevano
Luigi, monarchico, liberale e dal 12 maggio 1946
primo presidente pleno jure della Repubblica
italiana, e i Soleri, legati da vincoli familiari
a Camillo Peano, prefetto, segretario particolare
di Giolitti, eletto deputato nel 1913, più volte
ministro e nominato presidente della Corte dei
conti quattro giorni prima della cosiddetta
“marcia su Roma”. All'epoca Luigi Einaudi era
guardingo nei confronti del governo Mussolini. Ne
aveva apprezzato le prime misure, ispirate a
liberismo e al contenimento della spesa pubblica,
ma era negativamente impressionato
dall'imperversare di nuove ondate di criminalità
politica, non adeguatamente prevenute dal governo
presieduto da Mussolini.
“Tu quoque...!”
A metà dicembre del 1925 Bassignano fu
accolto socio nel circolo “l'Caprissi”. La sua
parabola politica si stava concludendo. Il 16
rassegnò le dimissioni da sindaco di Cuneo. In
aggiunta a quelle di Giolitti esse suggellarono il
tramonto del liberalismo alla guida della vita
pubblica
cuneese.
Il consiglio provinciale tornò
a riunirsi alle 13 e 50 del 18 gennaio 1926.
Presenti 38 componenti e 3 giustificati, il
presidente provvisorio Guglielmo Abate, eletto nel
mandamento di Peveragno, comunicò le dimissioni di
Giolitti e le mise in votazione. Giorgio Tornari
(mandamento di Benevagienna) chiese che venisse
letta la lettera di Giolitti, ma Abate rifiutò
perché – egli disse- la votazione era già in
corso. La sua proposta fu accolta per alzata di
mano “a grande maggioranza”, senza verbalizzazione
nominativa di voti contrari e di astensioni.
Perciò non si conoscono i nomi dei
giolitticidi.
Così il consesso ritenne di
rimuovere la memoria di chi ne era stato
componente per quarant'anni e presidente per
venti, ministro del Tesoro dal 1889 e cinque volte
presidente del consiglio dei ministri nel
trentennio 1892-1921. Tre anni prima, il 23
ottobre 1922, quello stesso consiglio gli aveva
fatto omaggio di una medaglia d'oro e aveva
deliberato di intitolare a suo nome una borsa di
studio per onorarne perpetuamente il
nome.
Il 18 gennaio 1926 quel che rimaneva del
consiglio cuneese dette dimostrazione memorabile
di meschinità nei confronti del maggiore statista
italiano dalla proclamazione del regno in poi.
Giolitti governò lo Stato d'Italia quando esso era
pienamente sovrano e indipendente. Non è
confrontabile con chi presiedette l'esecutivo dopo
la resa senza condizioni del settembre 1943,
quando l'Italia divenne uno Stato a sovranità
limitata.
Con 34 voti il consiglio elesse
presidente il monregalese Guido Viale, già
liberale, dal 1924 eletto deputato nella Lista
Nazionale. Dopo l'omaggio di rito alla memoria
della Regina Margherita, morta a Bordighera, Viale
si produsse in una dichiarazione meritevole di
menzione per comprendere il profondo distacco del
regime novello dallo stile che aveva improntato i
lavori del consesso nei settantasei anni dalla sua
costituzione: “Afferma – si legge negli Atti del
Consiglio- che il tempo degli equivoci, delle
transazioni, dei facili compromessi, è scomparso
per sempre e soggiunge che se egli stesso ritenne,
in un primo tempo, che il Fascismo fosse, più che
un partito vero e proprio, un semplice movimento
di alta intellettualità ed uno stato d'animo,
allorquando vide - in occasione di un tragico e
deplorevole avvenimento (rapimento e assassinio di
Matteotti, NdA) - il Fascismo fatto segno ad ogni
forma di attacchi e di oltraggi, sentì essere
giunto il momento di scegliere decisamente la sua
via, la via che gli additava la voce della
Patria”, anche a prezzo di “distacchi dolorosi da
amici insigni”. Ringraziato il prefetto per aver
diffuso in provincia “il soffio della nuova
passione politica”, Viale rilevò la fine “del
vieto concetto della separazione tra la vita
politica e quella amministrativa”. Questa doveva
“inquadrarsi nel movimento politico nazionale,
iniziato dal presente Governo ed irradiato dalla
luce del bene, della verità e della giustizia; del
bene perché il Governo di Benito Mussolini ha già
attuato e va attuando un complesso di provvidenze
sociali altamente commendevoli a beneficio dei
lavoratori; della verità perché questo Governo ha
cacciata la tenebrosa setta della Massoneria che
avvelenava la vita politica italiana; della
giustizia perché colla legge sulla stampa (che
annientò la libertà del giornalismo, NdA) si è
preclusa la via a tutti coloro che della stampa
facevano una indegna speculazione. A questa luce
di bene, di verità e di giustizia, che ha
ricondotto Dio nelle chiese, nelle scuole, nella
Aule del Parlamento, il consiglio dovrà improntare
l'opera sua”. Superfluo osservare che la
politicizzazione dell'amministrazione pubblica
statale e locale è il pessimo dei mali. Viale
chiuse con la proposta di due telegrammi esultanti
a Mussolini e a Federzoni, giolittofobo e
massonofago.
Di seguito vennero comunicate le dimissioni
del vicepresidente Marco di Saluzzo, approvate a
grandissima maggioranza, come quelle di Fillia,
Gullino, Miraglio, Caramelli, Chiaramello,
Garelli, Ferrari, Soleri e Vallauri. Queste ultime
furono respinte su proposta di Galateri perché nel
frattempo Vallauri si era iscritto al partito
nazionale fascista.
“L'Caprissi”, ultimo refugium dei liberali.
Nel 1932 il circolo cuneese
“L'Caprissi”, fondato nel 1875, monarchico e
prevalentemente liberal-democratico, con
significativa presenza di socialriformisti e di
massoni, accolse socio Marcello Soleri, avvocato,
già deputato e ex ministro. 'l Caprissi
sapeva quel che si faceva: bilanciava l'ingresso
di due fascisti, il deputato Imberti, podestà di
Cuneo, e l'avvocato Gaetano Toselli, futuro
deputato del Pnf, con quello del più autorevole
esponente del liberalismo italiano dopo la morte
di Giolitti.
Il 1938 si aprì a Cuneo con la
chiusura di circoli ricreativi per ordine del
federale Antonio Bonino. Ne dette conto la
“Sentinella d'Italia” il 6 gennaio. Furono
soppressi, fra altri, il Circolo Sociale, la
bocciofila La Novella e le sezioni locali del Club
Alpino Italiano e dell'Associazione Nazionale
Alpini, tutte assorbite nell'Opera Nazionale
Dopolavoro. Nella sede del Circolo sociale si
installò il Dopolavoro Città di Cuneo. Esso era
riservato a “persone di elevato censo,
professionisti, ufficiali, industriali, dirigenti
di uffici e di azienda, e quanti altri, per merito
o condizioni, si adegueranno alla maggiore portata
di tale vita associativa”. Le attività sportive
furono tutte convogliate nel Dopolavoro Cuneo
Sportiva. Per non sottostare alla pretesa che
l'avrebbe snaturato, il Caprissi decise
l'auto-scioglimento. Mesi dopo fu la volta del
Rotary Club di Cuneo, sorto nel 1925.
Secondo la tradizione i dieci
fondatori del “Caprissi” avevano appreso a Nizza a
“gavese i sagrin”. Nel tempo avevano incoraggiato
le relazioni fraterne tra i due versanti delle
Alpi del Mare. A quel punto, però, i
“capricciosi”avevano motivo di sentirsi stranieri
in una Patria nata all'insegna della fratellanza
tra popoli ma ormai risucchiata nel vortice
dell'odio tra le genti predicato dal governo. Sino
a quando?
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:
Giolitti, il senso dello Stato sul
viale del tramonto.
La storia del Caprissi (1875-2025), il
Circolo ora presieduto da Franco Civallero,
viene presentata nel Salone d'onore del
Municipio di Cuneo alle ore 17:30 di mercoledì
18 febbraio 2026. Con la sindaca di Cuneo
Patrizia Manassero interviene Diego Rubero,
direttore di “il Giornale del Piemonte e della
Liguria”.