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Re Juan Carlos
 
TORNA TORNA DON JUAN CARLOS...
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su "Il Giornale del Piemonte e della Liguria" di domenica 1 marzo 2026 pagg. 1 e 6.
Torna a fiorir Juan Carlos? Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, aveva promesso di rendere pubblici i documenti più scottanti allo scoccare del 45° anno. L'ha fatto. Così la desecretazione dei documenti (proprio tutti?) sul colpo di Stato militare tentato in Spagna il 23 febbraio 1981 ha come contraccolpo la “scoperta” di ciò che si sapeva da subito ma per decenni venne oscurato. A fermare i golpisti fu re Juan Carlos de Borbón y Borbón che sulla mezzanotte di quel giorno drammatico si affacciò dai teleschermi in divisa di capitano generale delle forze armate e li sconfessò. Il re era stato “allievo” delle tre Accademie militari spagnole. Sapeva che cos'è il giuramento e come a volte bisogna ricordarlo agli smemorati. Per colmo della sorte, la pubblicazione è coincisa con la morte di Antonio Tejero Molina, l'uomo di punta, e anche il più fragile, del guizzo dei militari golpisti. 
   Il vero pericolo per la giovane democrazia pluripartitica spagnola non era l'esagitato Tejero, tenente colonnello della Guardia Civil (corrispondente all'italiana Arma dei Carabinieri), ma la cerchia di comandanti di almeno tre regioni militari: Pedro Merry Gordon a Siviglia, Antonio Pascual Galmes a Barcellona e Antonio Elìsegui Prieto a Saragozza, concordi nel sostituire il presidente del governo in carica, Leopoldo Calvo Sotelo, con il generale Jaime Milans del Bosch, capitano generale dell’importante regione militare di Valencia, che mise in marcia i carri armati.
   Proprio con lui Juan Carlos fu netto. Lo provano le carte or ora desecretate. A Milans del Bosch disse: «Giuro che non abdicherò alla Corona, né abbandonerò la Spagna. Chi si ribellerà è disposto a provocare – e sarà responsabile di ciò – una nuova guerra civile.»
   Per ore la Spagna fu in bilico.
   Che cos'era accaduto? La mattina del 23 febbraio, usando il nome della moglie, il tenente colonnello Tejero aveva noleggiato alcuni autobus per trasportare circa 200 guardie civili dal loro quartier generale al palazzo della Camera dei deputati. Vi fece irruzione e, pistola alla mano, minacciò i parlamentari e li mise “sotto sequestro”, in attesa dei rinforzi che gli venivano assicurati da Ricardo Pardo Zancada, guida di 113 agenti della divisione corazzata “Brunete” n. 1, che accorreva a circondare la Camera per impedire che vi entrasse la polizia nazionale. Si andava verso lo scontro a fuoco tra corpi militari? Sarebbe stata a replica del 18 lugio 1936: la scintilla di un incendio incontrollabile.
   Intimoriti dall'aggressività di Tejero, manifestamente sovreccitato (come poi fu ritratto, molto “eretto”, in innumerevoli garrafas, ciondoli e cartoline), i deputati presenti nell'Aula si accovacciarono tra i banchi e si alzarono al suo ordine. Tre soli reagirono: il segretario generale del partito comunista spagnolo, Santiago Carrillo, che nella vita ne aveva viste tante e non si scomponeva facilmente, Adolfo Suárez Rodríguez, già franchista, fondatore dell'Unione di centro democratico e tre volte presidente del Consiglio dopo la morte di Francisco Franco (20 novembre 1975), e il suo vice, il generale Manuel Gutiérrez Mellado. Per ostentare la calma, Suárez accese un sigaro, a imitazione di Carrillo: estrema sinistra e democratici post-franchisti furono fianco a fianco nella risposta al golpe.
   Secondo una deposizione rilasciata da Tejero, verso le 23:50 il generale Armada si presentò alla Camera e ordinò a Tejero di ritirare i suoi uomini dall'Aula perché avrebbe fatto una proposta politica ai deputati: un governo di ampia coalizione da lui presieduto. Tejero allora gli impedì di proseguire perché, come appunto gli dichiarò, il suo obiettivo era l'instaurazione di un governo militare guidato da Milan del Bosch.
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   Quali erano le condizioni effettive della Spagna sull'inizio del 1981? Terminata la sanguinosa guerra civile (1936-1939), promulgata la legge ferocemente punitiva contro il comunismo e la massoneria (ne ha scritto ripetutamente Juan José Morales Ruiz, docente alla Uned: Università nazionale di insegnamento a distanza), dopo un quindicennio di repressione spietata di ogni indizio di opposizione Francisco Franco, capo dello Stato e “caudillo”, aveva abilmente pilotato la Spagna dalle secche del dopoguerra a una decorosa collocazione internazionale. Benché non fosse affatto un modello di rispetto dei diritti umani, Madrid entrò nell'Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1955, lo stesso anno dell'Italia, e successivamente stipulò intese militari con gli Stati Uniti d'America che garantirono sostegno a fronte dei “Sei” del Mercato Comune Europeo (Benelux, Germania Federale, Francia e Italia), tornati alla dottrina secondo cui l'Europa “civile” finisce ai Pirenei. L'ostilità del MEC nei confronti della Spagna aveva motivazioni economiche ammantate da postulati ideologici. Temeva l'esportazione di vino, olio, agrumi e prodotti delle sue manifatture.  Sulla spinta dei tecnocrati dell'Opus Dei e di una nuova dirigenza, dall'inizio degli Anni Sessanta la Spagna iniziò una lenta trasformazione interna, favorita dalla promozione del turismo, propiziato dalla geniale invenzione dei “Paradores”: “monumenti e siti siti storici adattati ad alberghi di pregio.
   Sia pure in “distretti” circoscritti la produzione industriale (inclusa l'automobilistica) e quella agricola e conserviera visse un quindicennio di sviluppo accelerato, che avvicinò il reddito pro-capite degli spagnoli al livello di altri Paesi europei. Lo stile di vita mutò sotto gli occhi di Franco e della sua cerchia, inclini a distrarsi dalla realtà quando esso risultava troppo lontano dagli schemi del mito autarchico della Spagna “una, grande, libre”e molto bigotta. Per esserlo davvero la terra di Cervantes doveva accettare la propria pluralità, anche linguistica, e le autonomie regionali, in crescita sotto pulsione esterna: Paesi Baschi, Catalogna, Valencia (che inventò una “parlata”) e persino la sua originaria Galizia.

   Morto Pio XII, che aveva scomunicato l'argentino Juan Domingo Perón e a Franco aveva conferito l'Ordine Supremo di Cristo Re con scandalo anche dei cattolici italiani che ne conoscevano i crimini, dopo il Concilio Vaticano II il Caudillo perse l'appoggio di una parte significativa del clero (gesuiti in testa), con ripercussioni sull'insieme della dirigenza. Stabilito il ripristino della monarchia, a cospetto della contrapposizione tra i fautori dei due Borboni, Juan, figlio  di Alfonso XIII di Borbone e conte di Barcellona, e suo figlio, Juan Carlos, inizialmente Franco si orientò per l'arciduca Ottone d'Asburgo-Lorena, lontano discendente di Carlo V e dei “reyes catolicos” che avevano segnato l'età di massimo fulgore della Spagna. Dinnanzi al suo rifiuto, nel 1969 optò per Juan Carlos: un salto generazionale lungimirante perché con lui il Paese avrebbe lasciato definitivamente alle spalle mezzo secolo di divisioni e lotte sanguinose: dai tempi di Miguel Primo de Rivera in poi.
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   Il 9 giugno 1973 Franco lasciò la guida del governo all'ammiraglio Luis Carrero Blanco che venne ucciso in un attentato spettacolare al centro di Madrid. Il 20 dicembre nominò Carlos Arias Navarro. Fece la sua ultima apparizione pubblica il 1° ottobre 1975 con un discorso farneticante contro le trame della massoneria ai danni della Spagna, ove le logge, dopo il massacro dei massoni durante la guerra, il forzato esilio (in Francia, Messico, Argentina,...), di pochi sopravvissuti e decenni  di repressione, erano più rare della femmina barbuta.
   Fra malanni incurabili, tre interventi chirurgici e ampio uso di cure palliative il Caudillo venne tenuto in vita sino al 20 novembre. Capo provvisorio dello Stato dal 30 ottobre, confermato Arias Navarro quale presidente del governo, il trentasettenne don Juan Carlos dispose trenta giorni di lutto nazionale e i funerali, eloquentemente disertati da capi di Stato, a eccezione di Ranieri III di Monaco, Augusto Pinochet e Hussein di Giordania. Sposato con Sofia di Grecia, padre delle infanti, Elena e Cristina, e di Filippo, principe delle Asturie ed erede al trono, il 27 novembre Juan Carlos fu “incoronato”. Solo il 14 maggio 1977 suo padre Juan di Barcellona depose formalmente la rivendicazione della corona.

   Da anni, dunque, la “transizione” era nei fatti. Tra i suoi protagonisti oltre al giovane Re (nato a Roma il 5 gennaio 1938) spiccarono i sette giuristi impegnati nella elaborazione della costituzione democratica: Miguel Herrero, Gabriel Cisneros, José Pedro Pérez Llorca, Manuel Fraga Iribarne, Jordi Solé Tura e Gregorio Peces-Barba (1938-2012), dal 1972 iscritto al Partito socialista operaio spagnolo (Psoe), ancora clandestino. Cultore del cattolico progressista francese Jacques Maritain e di diritto comparato, dal 1961 Peces-Barba aveva difeso politici imputati dinnanzi al Tribunale dell'Ordine Pubblico, rendendosi inviso al regime, che lo sospese dalla cattedra di Filosofia del diritto. Era in corrispondenza con Norberto Bobbio.
   La costituzione fu sottoposta a referendum e venne approvata il 6 dicembre 1978, giorno proclamato festa nazionale. Eletto deputato nelle file del Psoe e presidente della Camera dei deputati dal 18 novembre 1982, quattro anni dopo Peces-Barba lasciò la vita politica per dedicarsi alla fondazione di tre Università fuori Madrid (Getafe, Leganés, Colmenarejo), che attrassero molti studenti stranieri, alcuni dei quali vi conseguirono la seconda laurea e conobbero la Spagna vera, non quella dei pregiudizi antispagnoli. Il Progetto Erasmo fece il resto: creò una generazione di giovani che, affluiti in Spagna dai Paesi più disparati, hanno concorso alla genesi dell' “internazionale delle libertà”. 
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   Altro protagonista della Transizione fu Adolfo Suárez González (Cebreros, 1932-Madrid, 2014). Laureato in diritto alla Complutense di Madrid, militante dal 1958 nel Movimento nazionale (franchista), ricoperti incarichi pubblici sino a governatore civile di Segovia (1968), direttore generale della Radio-televisione statale dal 1969 al 1973, ministro nel terzo governo presieduto da Arias Navarro, nel luglio 1976 Suárez fu incaricato da Juan Carlos di formare il governo. Ebbe il sostegno di liberali, socialisti democratici, democratici cristiani, liberali ed ex falangisti. Il 9 aprile 1977 sciolse il Movimento nazionale e legalizzò il partito comunista.
   Il 15 giugno 1977 si svolsero le prime elezioni politiche libere. Di seguito formò il governo incardinato sull'Unione di centro democratico. Approvata la Costituzione, Suárez vinse le elezioni del 3 marzo 1979 ma si dimise il 9 gennaio 1981. Per lui l'avvento del “sistema democratico” non doveva essere una “parentesi” ma il cardine della Spagna post-franchista. Con quella certezza fronteggiò l'assalto di Tejero alla Camera.
   Per l'eterogenesi dei fini che domina il percorso della storia, il tentativo di golpe militare condusse all’accelerazione delle riforme. Il governo presieduto da Calvo Sotelo introdusse in Spagna il divorzio e affrettò l'ingresso nella Nato, contro l'opposizione delle sinistre e dei residui nostalgici del franchismo. Con lo scioglimento anticipato della Camera, le nuove elezioni segnarono il successo del Psoe che, guidato da Felipe González, ottenne la maggioranza assoluta. Volte le spalle a ogni tentazione massimalistica, “Pepe” González imboccò la via di ampie e profonde riforme per debellare la disoccupazione, favorire la scolarizzazione, dalle elementari alle Università, e migliorare nettamente la sanità, portandola a livelli di eccellenza.
   Un quinquennio dopo, nel 1986, la Spagna entrò nell'Unione Europea: una svolta storica, incoraggiata all'interno dalla organizzazione di mostre e convegni incardinati sulle figure dei pionieri dell'europeismo, come Jean Monnet, e di valorizzazione degli    spagnoli che tra Otto e Novecento si erano schierati a favore dell'Europa: Angel Ganivet, José Ortega y Gasset (autore di “Spagna invertebrata”), Miguel de Unamuno...e riscoprì la grandezza del poeta Garcìa Lorca, assassinato dai franchisti  nella guerra civile per la sua condotta ritenuta immorale.
   La parabola politica di Adolfo Suárez declinò. Il Centro democratico e sociale da lui fondato sulle ceneri dell'UCD non ebbe successo. Nel 1996 gli venne conferito il Premio Principe delle Asturie per la Concordia. Perduta la moglie e la figlia maggiore Mariam, colpito da Alzheimer, morì ottantunenne. Nel 1981, l'anno dei torbidi, Juan Carlos gli aveva conferito il titolo di “duca di Suàrez”.
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   La desecretazione dei documenti su quello che per brevità gli spagnoli chiamano “23F” ha messo in moto la proposta (o sollecitazione) del ritorno in Spagna di don Juan Carlos da Abu Dhabi ove risiede abitualmente dall'agosto 2020, quando annunciò al figlio, Felipe VI, la sua decisione di lasciare la patria ove aveva vissuto dall'abdicazione, firmata il 18 giugno 2014 e ratificata per legge.
   I tempi della “Riconciliazione” (titolo delle sue memorie, recentemente pubblicate) paiono maturi. Ovviamente il suo ritorno stabile nel Paese, auspicato dal Alberto Núñez Feijóo, maggiorente del Partito popolare, potrebbe suscitare polemiche, che non mancano mai qualunque cosa si faccia. Ma anche queste prima o poi finirebbero per spegnersi. L'anziano Felipe González conferma che la condotta del Re quel 23F fu “esemplare”. Il presidente del Consiglio odierno, Pedro Sánchez, socialista a sua volta, ha osservato che la decisione non compete al governo ma alla Famiglia Reale. Si vedrà... Di sicuro don Juan Carlos, poliglotta, profondamente europeo e spagnolo di caratura planetaria, è una “risorsa” della Memoria. Invita a ripassare la storia anche attraverso i suoi titoli: Re delle Due Sicilie, di Corsica, di Sardegna, di Dalmazia, di Croazia e altro; duca di Milano; marchese di Oristano, conte di Gorizia… Fu il primo capo di Stato estero a parlare in italiano al Parlamento nella Roma ove nacque, come poi fece Filippo VI . È emblema dei legami storici tra l'Italia e la Spagna, di cui è re “emerito”.
   Il lungo regno di Juan Carlos, come quello del figlio Felipe VI, prova ne fatti che la Spagna non fu divisa in due fazioni, estrema sinistra ed estrema fatalmente contrapposte in un duello fanatico e mortale. Come provato, documenti alla mano da storici spagnoli (Maria Dolores Gòmez Molleda, Pablo Fusi, Fernando Garcìa de Cortazar...) ed esteri (spicca tra tutti l'inglese Paul Preston) vi è sempre stata una “terza Spagna”, moderata, liberale, anticlericale ma non antireligiosa, con una significativa componente massonica (studiata a fondo dal gesuita José Antonio Ferrer Benimeli): quella riemersa dalle macerie del franchismo senza livori né gli eccessi della “legge della memoria democratica”, che in troppi casi ha fatto e fa torto alla Storia.

   Per la Spagna – sottolinea il presidente Sánchez – «la normalizzazione di una situazione anomala ha inevitabilmente una dimensione statuale. È naturale che un Re di Spagna possa vivere e morire in Spagna se nulla lo impedisce […] La Spagna deve agire con razionalità e generosità.» L'opposto della ingenerosità che l'Italia, per paura di se stessa, riservò a Umberto II, l'ultimo Re, morto all'estero dopo trentasette anni di forzato esilio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Don Juan Carlos di Borbone e Borbone.

Antonio Tejero Molina (Alhaurìn el Grande, 30 aprile 1932-Alcira, 25 febbraio 2026) dopo lunga carriera raggiunse il grado di tenente colonnello della Guardia Civile, dalla quale fu espulso dopo il tentato golpe del 23 febbraio 1981.
  Nel 1978 promosse incontri con altri militari nel Caffè Galaxia di Madrid e mise a punto la “Operazione Galaxia”, che, subito scoperta, gli costò sette mesi di carcere. Processato dopo il 23F, fu condannato a trent'anni di reclusione, ma dopo tredici anni ebbe la libertà condizionale. Sposato, con sei figli, uno dei quali sacerdote, si dedicò alla pittura. Nel 2019 si oppose alla traslazione della salma di Franco dal Valle de los Caìdos al cimitero di Mingorrubio. Mentre era carcerato promosse il partito “Solidarietà Spagnola” dal motto allusivo: “Entra con Tejero in Parlamento”. Ebbe esito modestissimo. I militari spagnoli sono lealisti e diffidano dell'estremismo che agita i fantasmi del passato remoto: da studiare, non da imitare.
    Sull'ingresso della Spagna nelle istituzioni europee v. A.A.M., “L'integrazione europea e la penisola iberica”, in “Storia dell'integrazione europea”,  a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997.     
     Aldo A. Mola


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