Torna a fiorir Juan
Carlos? Il presidente del governo spagnolo, Pedro
Sanchez, aveva promesso di rendere pubblici i
documenti più scottanti allo scoccare del 45°
anno. L'ha fatto. Così la desecretazione dei
documenti (proprio tutti?) sul colpo di Stato
militare tentato in Spagna il 23 febbraio 1981 ha
come contraccolpo la “scoperta” di ciò che si
sapeva da subito ma per decenni venne oscurato. A
fermare i golpisti fu re Juan Carlos de Borbón y
Borbón che sulla mezzanotte di quel giorno
drammatico si affacciò dai teleschermi in divisa
di capitano generale delle forze armate e li
sconfessò. Il re era stato “allievo” delle tre
Accademie militari spagnole. Sapeva che cos'è il
giuramento e come a volte bisogna ricordarlo agli
smemorati. Per colmo della sorte, la pubblicazione
è coincisa con la morte di Antonio Tejero Molina,
l'uomo di punta, e anche il più fragile, del
guizzo dei militari golpisti.
Il vero pericolo per la giovane
democrazia pluripartitica spagnola non era
l'esagitato Tejero, tenente colonnello della
Guardia Civil (corrispondente all'italiana Arma
dei Carabinieri), ma la cerchia di comandanti di
almeno tre regioni militari: Pedro Merry Gordon a
Siviglia, Antonio Pascual Galmes a Barcellona e
Antonio Elìsegui Prieto a Saragozza, concordi nel
sostituire il presidente del governo in carica,
Leopoldo Calvo Sotelo, con il generale Jaime
Milans del Bosch, capitano generale
dell’importante regione militare di Valencia, che
mise in marcia i carri armati.
Proprio con lui Juan Carlos fu netto.
Lo provano le carte or ora desecretate. A Milans
del Bosch disse: «Giuro che non abdicherò alla
Corona, né abbandonerò la Spagna. Chi si ribellerà
è disposto a provocare – e sarà responsabile di
ciò – una nuova guerra civile.»
Per ore la Spagna fu in bilico.
Che cos'era accaduto? La mattina del
23 febbraio, usando il nome della moglie, il
tenente colonnello Tejero aveva noleggiato alcuni
autobus per trasportare circa 200 guardie civili
dal loro quartier generale al palazzo della Camera
dei deputati. Vi fece irruzione e, pistola alla
mano, minacciò i parlamentari e li mise “sotto
sequestro”, in attesa dei rinforzi che gli
venivano assicurati da Ricardo Pardo Zancada,
guida di 113 agenti della divisione corazzata
“Brunete” n. 1, che accorreva a circondare la
Camera per impedire che vi entrasse la polizia
nazionale. Si andava verso lo scontro a fuoco tra
corpi militari? Sarebbe stata a replica del 18
lugio 1936: la scintilla di un incendio
incontrollabile.
Intimoriti dall'aggressività di
Tejero, manifestamente sovreccitato (come poi fu
ritratto, molto “eretto”, in innumerevoli
garrafas, ciondoli e cartoline), i deputati
presenti nell'Aula si accovacciarono tra i banchi
e si alzarono al suo ordine. Tre soli reagirono:
il segretario generale del partito comunista
spagnolo, Santiago Carrillo, che nella vita ne
aveva viste tante e non si scomponeva facilmente,
Adolfo Suárez Rodríguez, già franchista, fondatore
dell'Unione di centro democratico e tre volte
presidente del Consiglio dopo la morte di
Francisco Franco (20 novembre 1975), e il suo
vice, il generale Manuel Gutiérrez Mellado. Per
ostentare la calma, Suárez accese un sigaro, a
imitazione di Carrillo: estrema sinistra e
democratici post-franchisti furono fianco a fianco
nella risposta al golpe.
Secondo una deposizione rilasciata da
Tejero, verso le 23:50 il generale Armada si
presentò alla Camera e ordinò a Tejero di ritirare
i suoi uomini dall'Aula perché avrebbe fatto una
proposta politica ai deputati: un governo di ampia
coalizione da lui presieduto. Tejero allora gli
impedì di proseguire perché, come appunto gli
dichiarò, il suo obiettivo era l'instaurazione di
un governo militare guidato da Milan del Bosch.
* * *
Quali erano le condizioni effettive
della Spagna sull'inizio del 1981? Terminata la
sanguinosa guerra civile (1936-1939), promulgata
la legge ferocemente punitiva contro il comunismo
e la massoneria (ne ha scritto ripetutamente Juan
José Morales Ruiz, docente alla Uned: Università
nazionale di insegnamento a distanza), dopo un
quindicennio di repressione spietata di ogni
indizio di opposizione Francisco Franco, capo
dello Stato e “caudillo”, aveva abilmente pilotato
la Spagna dalle secche del dopoguerra a una
decorosa collocazione internazionale. Benché non
fosse affatto un modello di rispetto dei diritti
umani, Madrid entrò nell'Organizzazione delle
Nazioni Unite nel 1955, lo stesso anno
dell'Italia, e successivamente stipulò intese
militari con gli Stati Uniti d'America che
garantirono sostegno a fronte dei “Sei” del
Mercato Comune Europeo (Benelux, Germania
Federale, Francia e Italia), tornati alla dottrina
secondo cui l'Europa “civile” finisce ai Pirenei.
L'ostilità del MEC nei confronti della Spagna
aveva motivazioni economiche ammantate da
postulati ideologici. Temeva l'esportazione di
vino, olio, agrumi e prodotti delle sue
manifatture. Sulla spinta dei tecnocrati
dell'Opus Dei e di una nuova dirigenza,
dall'inizio degli Anni Sessanta la Spagna iniziò
una lenta trasformazione interna, favorita dalla
promozione del turismo, propiziato dalla geniale
invenzione dei “Paradores”: “monumenti e siti siti
storici adattati ad alberghi di pregio.
Sia pure in “distretti” circoscritti
la produzione industriale (inclusa
l'automobilistica) e quella agricola e conserviera
visse un quindicennio di sviluppo accelerato, che
avvicinò il reddito pro-capite degli spagnoli al
livello di altri Paesi europei. Lo stile di vita
mutò sotto gli occhi di Franco e della sua
cerchia, inclini a distrarsi dalla realtà quando
esso risultava troppo lontano dagli schemi del
mito autarchico della Spagna “una, grande, libre”e
molto bigotta. Per esserlo davvero la terra di
Cervantes doveva accettare la propria pluralità,
anche linguistica, e le autonomie regionali, in
crescita sotto pulsione esterna: Paesi Baschi,
Catalogna, Valencia (che inventò una “parlata”) e
persino la sua originaria Galizia.
Morto Pio XII, che aveva scomunicato
l'argentino Juan Domingo Perón e a Franco aveva
conferito l'Ordine Supremo di Cristo Re con
scandalo anche dei cattolici italiani che ne
conoscevano i crimini, dopo il Concilio Vaticano
II il Caudillo perse l'appoggio di una parte
significativa del clero (gesuiti in testa), con
ripercussioni sull'insieme della dirigenza.
Stabilito il ripristino della monarchia, a
cospetto della contrapposizione tra i fautori dei
due Borboni, Juan, figlio di Alfonso XIII di
Borbone e conte di Barcellona, e suo figlio, Juan
Carlos, inizialmente Franco si orientò per
l'arciduca Ottone d'Asburgo-Lorena, lontano
discendente di Carlo V e dei “reyes catolicos” che
avevano segnato l'età di massimo fulgore della
Spagna. Dinnanzi al suo rifiuto, nel 1969 optò per
Juan Carlos: un salto generazionale lungimirante
perché con lui il Paese avrebbe lasciato
definitivamente alle spalle mezzo secolo di
divisioni e lotte sanguinose: dai tempi di Miguel
Primo de Rivera in poi.
* * *
Il 9 giugno 1973 Franco lasciò la
guida del governo all'ammiraglio Luis Carrero
Blanco che venne ucciso in un attentato
spettacolare al centro di Madrid. Il 20 dicembre
nominò Carlos Arias Navarro. Fece la sua ultima
apparizione pubblica il 1° ottobre 1975 con un
discorso farneticante contro le trame della
massoneria ai danni della Spagna, ove le logge,
dopo il massacro dei massoni durante la guerra, il
forzato esilio (in Francia, Messico,
Argentina,...), di pochi sopravvissuti e
decenni di repressione, erano più rare della
femmina barbuta.
Fra malanni incurabili, tre
interventi chirurgici e ampio uso di cure
palliative il Caudillo venne tenuto in vita sino
al 20 novembre. Capo provvisorio dello Stato dal
30 ottobre, confermato Arias Navarro quale
presidente del governo, il trentasettenne don Juan
Carlos dispose trenta giorni di lutto nazionale e
i funerali, eloquentemente disertati da capi di
Stato, a eccezione di Ranieri III di Monaco,
Augusto Pinochet e Hussein di Giordania. Sposato
con Sofia di Grecia, padre delle infanti, Elena e
Cristina, e di Filippo, principe delle Asturie ed
erede al trono, il 27 novembre Juan Carlos fu
“incoronato”. Solo il 14 maggio 1977 suo padre
Juan di Barcellona depose formalmente la
rivendicazione della corona.
Da anni, dunque, la “transizione” era
nei fatti. Tra i suoi protagonisti oltre al
giovane Re (nato a Roma il 5 gennaio 1938)
spiccarono i sette giuristi impegnati nella
elaborazione della costituzione democratica:
Miguel Herrero, Gabriel Cisneros, José Pedro Pérez
Llorca, Manuel Fraga Iribarne, Jordi Solé Tura e
Gregorio Peces-Barba (1938-2012), dal 1972
iscritto al Partito socialista operaio spagnolo
(Psoe), ancora clandestino. Cultore del cattolico
progressista francese Jacques Maritain e di
diritto comparato, dal 1961 Peces-Barba aveva
difeso politici imputati dinnanzi al Tribunale
dell'Ordine Pubblico, rendendosi inviso al regime,
che lo sospese dalla cattedra di Filosofia del
diritto. Era in corrispondenza con Norberto
Bobbio.
La costituzione fu sottoposta a
referendum e venne approvata il 6 dicembre 1978,
giorno proclamato festa nazionale. Eletto deputato
nelle file del Psoe e presidente della Camera dei
deputati dal 18 novembre 1982, quattro anni dopo
Peces-Barba lasciò la vita politica per dedicarsi
alla fondazione di tre Università fuori Madrid
(Getafe, Leganés, Colmenarejo), che attrassero
molti studenti stranieri, alcuni dei quali vi
conseguirono la seconda laurea e conobbero la
Spagna vera, non quella dei pregiudizi
antispagnoli. Il Progetto Erasmo fece il resto:
creò una generazione di giovani che, affluiti in
Spagna dai Paesi più disparati, hanno concorso
alla genesi dell' “internazionale delle
libertà”.
* * *
Altro protagonista della Transizione
fu Adolfo Suárez González (Cebreros, 1932-Madrid,
2014). Laureato in diritto alla Complutense di
Madrid, militante dal 1958 nel Movimento nazionale
(franchista), ricoperti incarichi pubblici sino a
governatore civile di Segovia (1968), direttore
generale della Radio-televisione statale dal 1969
al 1973, ministro nel terzo governo presieduto da
Arias Navarro, nel luglio 1976 Suárez fu
incaricato da Juan Carlos di formare il governo.
Ebbe il sostegno di liberali, socialisti
democratici, democratici cristiani, liberali ed ex
falangisti. Il 9 aprile 1977 sciolse il Movimento
nazionale e legalizzò il partito comunista.
Il 15 giugno 1977 si svolsero le
prime elezioni politiche libere. Di seguito formò
il governo incardinato sull'Unione di centro
democratico. Approvata la Costituzione, Suárez
vinse le elezioni del 3 marzo 1979 ma si dimise il
9 gennaio 1981. Per lui l'avvento del “sistema
democratico” non doveva essere una “parentesi” ma
il cardine della Spagna post-franchista. Con
quella certezza fronteggiò l'assalto di Tejero
alla Camera.
Per l'eterogenesi dei fini che domina
il percorso della storia, il tentativo di golpe
militare condusse all’accelerazione delle riforme.
Il governo presieduto da Calvo Sotelo introdusse
in Spagna il divorzio e affrettò l'ingresso nella
Nato, contro l'opposizione delle sinistre e dei
residui nostalgici del franchismo. Con lo
scioglimento anticipato della Camera, le nuove
elezioni segnarono il successo del Psoe che,
guidato da Felipe González, ottenne la maggioranza
assoluta. Volte le spalle a ogni tentazione
massimalistica, “Pepe” González imboccò la via di
ampie e profonde riforme per debellare la
disoccupazione, favorire la scolarizzazione, dalle
elementari alle Università, e migliorare
nettamente la sanità, portandola a livelli di
eccellenza.
Un quinquennio dopo, nel 1986, la
Spagna entrò nell'Unione Europea: una svolta
storica, incoraggiata all'interno dalla
organizzazione di mostre e convegni incardinati
sulle figure dei pionieri dell'europeismo, come
Jean Monnet, e di valorizzazione
degli spagnoli che tra Otto e
Novecento si erano schierati a favore dell'Europa:
Angel Ganivet, José Ortega y Gasset (autore di
“Spagna invertebrata”), Miguel de Unamuno...e
riscoprì la grandezza del poeta Garcìa Lorca,
assassinato dai franchisti nella guerra
civile per la sua condotta ritenuta immorale.
La parabola politica di Adolfo Suárez
declinò. Il Centro democratico e sociale da lui
fondato sulle ceneri dell'UCD non ebbe successo.
Nel 1996 gli venne conferito il Premio Principe
delle Asturie per la Concordia. Perduta la moglie
e la figlia maggiore Mariam, colpito da Alzheimer,
morì ottantunenne. Nel 1981, l'anno dei torbidi,
Juan Carlos gli aveva conferito il titolo di “duca
di Suàrez”.
* * *
La desecretazione dei documenti su
quello che per brevità gli spagnoli chiamano “23F”
ha messo in moto la proposta (o sollecitazione)
del ritorno in Spagna di don Juan Carlos da Abu
Dhabi ove risiede abitualmente dall'agosto 2020,
quando annunciò al figlio, Felipe VI, la sua
decisione di lasciare la patria ove aveva vissuto
dall'abdicazione, firmata il 18 giugno 2014 e
ratificata per legge.
I tempi della “Riconciliazione”
(titolo delle sue memorie, recentemente
pubblicate) paiono maturi. Ovviamente il suo
ritorno stabile nel Paese, auspicato dal Alberto
Núñez Feijóo, maggiorente del Partito popolare,
potrebbe suscitare polemiche, che non mancano mai
qualunque cosa si faccia. Ma anche queste prima o
poi finirebbero per spegnersi. L'anziano Felipe
González conferma che la condotta del Re quel 23F
fu “esemplare”. Il presidente del Consiglio
odierno, Pedro Sánchez, socialista a sua volta, ha
osservato che la decisione non compete al governo
ma alla Famiglia Reale. Si vedrà... Di sicuro don
Juan Carlos, poliglotta, profondamente europeo e
spagnolo di caratura planetaria, è una “risorsa”
della Memoria. Invita a ripassare la storia anche
attraverso i suoi titoli: Re delle Due Sicilie, di
Corsica, di Sardegna, di Dalmazia, di Croazia e
altro; duca di Milano; marchese di Oristano, conte
di Gorizia… Fu il primo capo di Stato estero a
parlare in italiano al Parlamento nella Roma ove
nacque, come poi fece Filippo VI . È emblema dei
legami storici tra l'Italia e la Spagna, di cui è
re “emerito”.
Il lungo regno di Juan Carlos, come
quello del figlio Felipe VI, prova ne fatti che la
Spagna non fu divisa in due fazioni, estrema
sinistra ed estrema fatalmente contrapposte in un
duello fanatico e mortale. Come provato, documenti
alla mano da storici spagnoli (Maria Dolores Gòmez
Molleda, Pablo Fusi, Fernando Garcìa de
Cortazar...) ed esteri (spicca tra tutti l'inglese
Paul Preston) vi è sempre stata una “terza
Spagna”, moderata, liberale, anticlericale ma non
antireligiosa, con una significativa componente
massonica (studiata a fondo dal gesuita José
Antonio Ferrer Benimeli): quella riemersa dalle
macerie del franchismo senza livori né gli eccessi
della “legge della memoria democratica”, che in
troppi casi ha fatto e fa torto alla Storia.
Per la Spagna – sottolinea il
presidente Sánchez – «la normalizzazione di una
situazione anomala ha inevitabilmente una
dimensione statuale. È naturale che un Re di
Spagna possa vivere e morire in Spagna se nulla lo
impedisce […] La Spagna deve agire con razionalità
e generosità.» L'opposto della ingenerosità che
l'Italia, per paura di se stessa, riservò a
Umberto II, l'ultimo Re, morto all'estero dopo
trentasette anni di forzato esilio.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Don Juan Carlos di Borbone e Borbone.
Antonio Tejero Molina (Alhaurìn el Grande, 30
aprile 1932-Alcira, 25 febbraio 2026) dopo lunga
carriera raggiunse il grado di tenente colonnello
della Guardia Civile, dalla quale fu espulso dopo
il tentato golpe del 23 febbraio 1981.
Nel 1978 promosse incontri con altri
militari nel Caffè Galaxia di Madrid e mise a
punto la “Operazione Galaxia”, che, subito
scoperta, gli costò sette mesi di carcere.
Processato dopo il 23F, fu condannato a trent'anni
di reclusione, ma dopo tredici anni ebbe la
libertà condizionale. Sposato, con sei figli, uno
dei quali sacerdote, si dedicò alla pittura. Nel
2019 si oppose alla traslazione della salma di
Franco dal Valle de los Caìdos al cimitero di
Mingorrubio. Mentre era carcerato promosse il
partito “Solidarietà Spagnola” dal motto allusivo:
“Entra con Tejero in Parlamento”. Ebbe esito
modestissimo. I militari spagnoli sono lealisti e
diffidano dell'estremismo che agita i fantasmi del
passato remoto: da studiare, non da imitare.
Sull'ingresso della Spagna nelle istituzioni
europee v. A.A.M., “L'integrazione europea e
la penisola iberica”, in “Storia
dell'integrazione europea”, a cura di
Romain H. Rainero, Milano, Marzorati,
1997.
Aldo A. Mola