Le diverse
risposte a scioglimento e liquidazione della
Consulta, Istituto vitalizio perpetuo
Le
reazioni al gesto di Vittorio Emanuele di Savoia
furono di diverso tenore. Quanti da tempo non
partecipavano alle assemblee e consideravano il
rango di Consultore come una sorta di
onorificenza, anche perché comportava
automaticamente le insegne di grand'ufficiale,
ancorché attòniti rimasero silenti. Altri,
informati della sua probabile motivazione
“istituzionale”, ritennero che la sospensione del
comma della XIII disposizione vietante il rientro
e il soggiorno dei discendenti maschi di Umberto
II potesse essere bilanciata dall'assonnamento
(provvisorio?) della Consulta, sia pure nella
forma ruvida e sgradevole di scioglimento e
liquidazione. Molti Consultori, infine,
ritennero irricevibile l'ukase fulminato contro un
Corpo vitalizio e incline a rivendicare la propria
autonomia dalle ingerenze del “Principe”
contrastanti con lo statuto associativo e il
regolamento interno. Ricordavano che non di rado
nel suo corso secolare il Senato del Regno aveva
cassato nomine già avallate dal re, che Vittorio
Emanuele III aveva riconosciuto l'elettività del
presidente della Camera Alta e che questi
pertanto, devoto al re e a suoi reali successori,
era espressione del Consesso, non succubo del
sovrano. Erano fermamente contrari a subire
“ordini” impartiti da chi non mostrava la
delicatezza di convocare semmai un'assemblea per
informare delle dolorose decisioni che occorresse
delibare. Molti si domandarono se le Loro Altezze
Reali, il Duca di Aosta e il Duca delle Puglie
accettassero e condividessero lo scioglimento e la
liquidazione della Consulta voluta da Umberto II a
continuazione del Senato del Regno, Istituto
sciolto dalla Costituente con legge costituzionale
del 27 novembre 1947, mai riconosciuta dal Re
d'Italia.
Sic stantibus rebus, previ reciprochi
scambi di informazioni e valutazioni, numerosi
Consultori chiesero al collega Benito Panariti,
giurisperito e membro anziano dell'Istituzione, di
convocare l'Assemblea, per decidere sulla sua
sorte.
In qualità di presidente del
collegio dei revisori dei conti, il 13 novembre
Panariti diramò la convocazione in “riunione
sociale” a tutti i Consultori, per
“comunicazioni e risoluzioni relative”.
L'Assemblea si adunò all'Hotel
Excelsior di Roma alle 15 del 22 novembre 2001,
presente S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca
di Aosta. Sul quello corto di una lunga tavola di
tre lati prese posto il barone Emanuele Emmanuele
di Culcasi, già vicepresidente. All'estrema destra
del lato lungo sedette il Duca, accanto al quale
prese posto Pier Luigi Duvina.
Aperti i lavori intervennero, tra altri,
Domenico Giglio, Capasso Torre, Leonardo Bianchi,
il generale Luoni. Duvina auspicò che la Consulta
venisse ricostituita ma nel frattempo essa era
sciolta perché per il monarchico vige
l'obbedienza. Espresse dispiacere ma dichiarò la
propria obbedienza. Ebbe anche parole non
riguardose alla volta del Duca.
Enrico Venanzi respinse il
provvedimento. Di pari avviso furono Alessandro
Cremonte Pastorello e Mario Miale, che esortò ad
“andare avanti come nulla fosse accaduto”.
Il consultore Aldo Alessandro Mola
presentò un sintetico ordine del giorno. A larga
maggioranza i presenti lo accolsero: respinsero
scioglimento e liquidazione della Consulta e
rimasero in carica, contro ogni pretesa arbitraria
di chi non aveva titolo per deciderne la
sorte. Richiamato il Messaggio di Umberto II
il 3 febbraio 1955 inviato al Gruppo Monarchico di
cui la Consulta si volle ed è erede storica,
istituzionale e morale, veduti lo statuto allegato
all'atto della nascita della Consulta quale
associazione di fatto ai sensi delle leggi
vigenti, atteso che i suoi componenti sono
vitalizi e irrevocabili, i fautori dell'ordine del
giorno presentato da Mola dichiararono di
continuare a perseguire l'opera, orgogliosi del
conforto di S.A.R. il Duca
d'Aosta.
Da ottobre alcuni Consultori avevano
comunicato a Santaseverina, ai componenti del
Consiglio di presidenza e a Franco Mattavelli,
segretario particolare di Vittorio Emanuele, il
loro netto rifiuto di sottostare alla “raffica di
provvedimenti contraddittori” susseguitisi nel
volgere di un paio di mesi: commissariamento,
scommissariamento, reintegro del Consiglio di
presidenza e infine “scioglimento e liquidazione
su due piedi” della Consulta: una “associazione di
natura politica privata, apartitica, che, in base
al principio giuridico dell'autonomia, poteva
sciogliersi solo con delibera della sua assemblea
e non da autorità esterna ad essa”.
Da Domenico Giglio e da altri venne
anche deprecata la consegna degli atti del
“sodalizio” a un Archivio della Repubblica, un
“sovrapprezzo”, affermò Miale, aggiunto al
suo scioglimento, “pagato per invogliare il
governo repubblicano all'abolizione della XIII
disposizione transitoria della Costituzione” che
vietava il rientro e il soggiorno in Italia degli
ex re d'Italia e ai loro discendenti maschi.
Collocata nel suo esatto
contesto storico, vale a dire la trattativa in
corso tra Vittorio Emanuele di Savoia e lo Stato
d'Italia per ottenere la “sospensione”
dell'esilio, la Consulta, che formalmente ne era e
ne rimase all'oscuro, deliberò che andava dunque
respinta la decisione unilaterale dello
scioglimento e della liquidazione, a parte ogni
considerazione su tempi, modi oltraggiosi e loro
conseguenze, compreso il discredito perpetuo che
sarebbe ricaduto su di essa e su ciascun suo
componente ove fosse stata subita supinamente,
quasi i Consultori fossero colpevoli di atti
infamanti
In una “memoria” inviata
al Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, il
Consultore Enrico Venanzi osservò che “la
Consulta, composta alla stregua del Senato del
Regno da membri vitalizi non revocabili se non per
accertata indegnità personale, incarna il 'patto'
tra Sovrano e Popolo che ispirò lo Statuto e che
legittimò e legittima la stessa sovranità del
Monarca o l'aspirazione del pretendente al trono.
Sotto tale profilo, il più importate di tutti, lo
scioglimento e messa in liquidazione della
Consulta, ancorché inani, acquistano la dimensione
d'una manifestazione di disprezzo di quel patto,
d'un attentato alle garanzie statutarie, alla
Tradizione e al rispetto della 'volontà della
Nazione'.”
Come la Nottola di Minerva si leva al
tramonto, così proprio nel 2001 Aldo Pezzana,
presidente del Consiglio di Stato, libero docente
di diritto romano all'Università “La Sapienza” di
Roma e di storia degli ordinamenti negli Stati
italiani nella libera Università San Pio V,
pubblicò il profilo della Consulta dei senatori
del regno (1955-2001), di cui suo padre, barone e
generale Alfredo, era stato componente dal
1973 (v. in appendice al suo volume Gli
uomini del Re. Il Senato durante e dopo il
fascismo, prefazione di Aldo A. Mola, Foggia,
Bastogi, novembre 2001). Vi produsse l'Elenco dei
membri vitalizi della Consulta, cooptati con
approvazione sovrana dal 12 maggio 1960 alla morte
di re Umberto II e l'elenco di quelli in carica
nel 2001, quali risultavano dalla documentazione
in suo possesso.
Di rientro dall'Assemblea del 22 novembre
2001, nella prefazione al citato volume di Aldo
Pezzana il Consultore Aldo Mola fece in tempo a
dare notizia dell'avvenuto in termini non
equivoci: “Alla beneauspicante presenza di S.A.R.
il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta” la
Consulta era “viva e vitale”, con ininterrotta
continuità formale e sostanziale. Evidenziò
anche la curiosa coincidenza temporale, il 14
settembre, della lettera di scioglimento e
liquidazione con la prima approvazione in Senato
della sospensione di efficacia del citato comma
dell'articolo XIII della Carta. Era comprensibile
che Vittorio Emanuele di Savoia desse un segno di
buona volontà disconoscendo la Consulta, ma doveva
esserlo altrettanto che i suoi componenti
decidessero di rimanere al loro posto, come
Papirio nella Roma invasa dai Galli Boi. Così fu.
Il 4 febbraio 2002, avuta notizia del
giuramento di fedeltà alla Repubblica il giorno
prima prestato da Vittorio Emanuele di Savoia e da
suo figlio, non richiesto e non dovuto da chi non
ricopre cariche pubbliche, la Consulta riconobbe
che fedele interprete dei valori storici del
Risorgimento e della Monarchia sabauda era il
Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, come già
da essa attestato (
leggi il comunicato stampa di
Sergio Boschiero e Gian Nicola Amoretti,
Segretario e Presidente dell'Unione Monarchica
Italiana, riguardante giuramento di fedeltà alla
repubblica).
Grazie all'opera di un direttivo
provvisorio, presieduto da Enrico Venanzi,
affiancato da Arrigo Luca di Windegg, Alessandro
Cremonte Pastorello e Michele Pazienza, nel corso
del 2002-2003 la Consulta provvide alla sua
vita associativa pubblica con la presenza a
eventi, quali le solenni rievocazioni del
regicidio a Monza, ogni 29 luglio.
Il 3 ottobre 2003, su impulso di Gino
Birindelli, già suo presidente, e di Michele
Pazienza, l'Assemblea della Consulta di riunì in
Roma su convocazione di Venanzi, che propiziò la
sede della riunione, e stilò il programma d'azione
degli anni seguenti, varò cooptazioni, elesse
presidente Aldo A. Mola, vicepresidenti Enrico
Venanzi ed Arrigo Luca di Windegg, segretario e
tesoriere Michele Pazienza, Alessandro Cremonte
Pastorello, Gino Birindelli e Mario Miale
consiglieri.
Il presidente acquisì copia dei
Verbali della Consulta conservati all'Archivio
Centrale dello Stato, ove sono conservati i 54
Faldoni delle Carte della Consulta.
Il 6 novembre 2003 con atto rogato
dal notaio Carlo Gaddi in Roma, presenti,
direttamente o per delega, 27 dei 34 dei suoi
componenti l'Assemblea della Associazione
“Consulta dei Senatori del Regno” modificò lo
statuto associativo, trasferendo la sede da via
Rasella 155 (Roma) a piazza Cesare Nerazzini 5,
presso lo studio dell'avvocato Michele Pazienza,
ed elesse il Consiglio direttivo formato da
Aldo Alessandro Mola, Alessandro Cremonte
Pastorello, Enrico Venanzi, Michele Pazienza,
Arrigo Luca di Windegg, Mario Miale, Gino
Birindelli e nominò revisori dei conti
Benito Panariti, Gian Nicola Amoretti e Marco
Grandi.
Successivamente alcune persone che
avevano accettato lo scioglimento e la
liquidazione della Consulta, e quindi avevano
perduto il rango di Consultori, si raccolsero in
una associazione che assunse identica
denominazione dell'originaria. Dai suoi stessi
atti emerge che essa non ha continuità con l'unica
Consulta sorta per volontà e con il viatico di
Umberto II e che continua ad assolvere la missione
“Italia, innanzi tutto”.
Pubblicato su Annuario
della Nobiltà italiana
a cura di Andrea Borella,
XXXIV edizione 2021-2026, parte I, Savoia,
Teglio (Sondrio), gennaio 2026