Storia - Consulta dei Senatori del Regno-Consulta dei Senatori del Regno

Storia

Il primo decennio successivo alla morte di Umberto II
Consulta dei Senatori del RegnoDalla morte di Umberto II (1983) al 2001 la Consulta dei Senatori del Regno visse due stagioni profondamente diverse. Nel primo decennio l'Istituzione proseguì il cammino intrapreso dalla fondazione, sulla base del Regolamento approvato in assemblea plenaria il 20 maggio 1972 per dare forma alla fusione del “Gruppo vitalizio” dei senatori, fondato il 5 giugno 1946, con la  “Consulta monarchica”, costituita l'11 novembre 1958.
   Dopo i due presidenti indicati dal Sovrano (Ugo Papi, 1969-1980, e Vinigi Cottarelli, 1983-1986), la Consulta avocò a sé l'elezione alle cariche apicali ed elesse presidenti Emilio Bussi (1986-1989) e Gino Birindelli (1989-1993).

   Il 30 marzo 1989 con atto rogato dal notaio Elio Borromeo otto consultori di lunga esperienza formalizzarono il “rapporto associativo in un atto pubblico al fine di chiedere il riconoscimento previsto dall'articolo 12 del Codice Civile” vigente nel regime repubblicano, costituirono la Consulta dei senatori del regno, con sede in via Rasella n. 155 a Roma, ne allegarono lo statuto e, seduta stante, riuniti in consiglio, “nominarono” presidente Emilio Bussi, suo vice Alfredo Covelli, segretari Giuseppe Walter Maccotta e tesoriere Bonifacio Blanchi di Roascio. Autorizzarono infine il presidente ad apportare allo statuto “le modifiche che venissero eventualmente richieste dell'autorità competente”.
  Per statuto la Consulta si prefiggeva “come primo e irrinunciabile compito di custodire e difendere quei valori eterni che si esprimono nel trinomio Dio, Patria, Famiglia”. Considerava “suo dovere risvegliare nel popolo italiano l'apprezzamento per l'istituzione monarchica considerandola parte integrante della storia unitaria d'Italia” e si proponeva “la fusione di tutti i monarchici in una unica associazione nazionale”. L'assemblea eleggeva, anche per corrispondenza, il consiglio direttivo, che a sua volta nominava il presidente, uno o più vicepresidenti, il segretario, e, se opportuno, il tesoriere. Le cariche avevano durata triennale. I suoi titolari erano rieleggibili. La qualifica di socio della “associazione di fatto” cessava per morte o libero recesso.
   La Consulta visse una stagione feconda di iniziative e di pubblicazione di quaderni con il frutto delle sue commissioni di studio, in linea con l'età umbertina.

La breve presidenza Santaseverina: scioglimento e liquidazione della Consulta vittorioemanuelina

  Nel 1998 Vittorio Emanuele di Savoia nominò presidente Gianni de Giovanni di Santaseverina. Il 23 luglio 1999 l'Assemblea, convocata a Ginevra, a statuto associativo immutato, apportò alcun modifiche al regolamento. Il capo III dello statuto recitò: “Il Consiglio di presidenza della Consulta dei Senatori del Regno si compone del presidente e di quattro vice presidenti nominati da S.A.R. il Capo della Real Casa di Savoia e di un minino di sei sino a un massimo di nove consiglieri eletti, per un triennio, dalla Consulta in seduta ordinaria”.
  La seconda stagione della Consulta vittorioemanuelina ebbe una svolta improvvisa e drastica nell'estate del 2001. Il 27 giugno, preoccupato per la situazione finanziaria della Consulta, da Ginevra Vittorio Emanuele comunicò a Santaseverina la decisione di sciogliere il Consiglio di presidenza e gli altri Organi elettivi della Consulta e di nominarlo Commissario “con i più ampi poteri compreso quello di cooptare nuovi Consultori”. Non rinunciò al potere di nomina ma lo delegò pro tempore al presidente. 

  Mentre provvedeva a individuare nuovi cooptandi (il cui novero non è noto ed è comunque irrilevante per il precipitare degli eventi), il 6 luglio Santaseverina scrisse un “accorato appello” ai Colleghi ad adempiere a quanto previsto dall'art. 30  del Regolamento interno (versamento della quota associativa annua), la cui inosservanza aveva determinato “una grave crisi di funzionalità” dell'“Organismo”, dichiarò decaduti dalla Consulta quattro membri che da quattro anni non avevano corrisposto il “contributo sociale” e chiese a quanti non erano in regola con la quota del 2001 di versarla entro il 12 luglio.
   Il 31 luglio da Nizza Vittorio Emanuele comunicò a Santaseverina e al vicepresidente Emmanuele Emanuele la revoca del Commissariamento deciso il 27 giugno e il reintegro nei loro poteri sia della presidenza sia “degli altri Organi Elettivi”. 
   Il 14 settembre da Ginevra Vittorio Emanuele si complimentò con Santaseverina che “in poche settimane” aveva “risanato la grave crisi di funzionalità e la scarsa operatività” dell'“Organismo” e approvò le cooptazioni da lui varate. Però concluse: “La Consulta non risponde più alle finalità della sua fondazione e ho deciso di scioglierla e di nominare Te liquidatore nonché custode del suo archivio che sarà depositato dovrai (sic!) deciderai e gestito da una commissione composta da Te e da due altre persone che nominerai”.
  Così motu proprio principis, senza convocazione dell'Assemblea né informazione ai suoi componenti, vitalizi e non destituibili se non per indegnità, avrebbe avuto fine ingloriosa, in maniera quasi oltraggiosa, la Consulta  dei senatori del regno, ispirata, voluta e apprezzata da Umberto II quale continuazione del Regio Senato.
Le diverse risposte a scioglimento e liquidazione della Consulta, Istituto vitalizio perpetuo
   Le reazioni al gesto di Vittorio Emanuele di Savoia furono di diverso tenore. Quanti da tempo non partecipavano alle assemblee e consideravano il rango di Consultore come una sorta di onorificenza, anche perché comportava automaticamente le insegne di grand'ufficiale, ancorché attòniti rimasero silenti. Altri, informati della sua probabile motivazione “istituzionale”, ritennero che la sospensione del comma della XIII disposizione vietante il rientro e il soggiorno dei discendenti maschi di Umberto II potesse essere bilanciata dall'assonnamento (provvisorio?) della Consulta, sia pure nella forma ruvida e sgradevole di scioglimento e liquidazione. Molti Consultori, infine,  ritennero irricevibile l'ukase fulminato contro un Corpo vitalizio e incline a rivendicare la propria autonomia dalle ingerenze del “Principe” contrastanti con lo statuto associativo e il regolamento interno. Ricordavano che non di rado nel suo corso secolare il Senato del Regno aveva cassato nomine già avallate dal re, che Vittorio Emanuele III aveva riconosciuto l'elettività del presidente della Camera Alta e che questi pertanto, devoto al re e a suoi reali successori, era espressione del Consesso, non succubo del sovrano. Erano fermamente contrari a subire “ordini” impartiti da chi non mostrava la delicatezza di convocare semmai un'assemblea per informare delle dolorose decisioni che occorresse delibare. Molti si domandarono se le Loro Altezze Reali, il Duca di Aosta e il Duca delle Puglie accettassero e condividessero lo scioglimento e la liquidazione della Consulta voluta da Umberto II a continuazione del Senato del Regno, Istituto sciolto dalla Costituente con legge costituzionale del 27 novembre 1947, mai riconosciuta dal Re d'Italia.  

   Sic stantibus rebus, previ reciprochi scambi di informazioni e valutazioni, numerosi Consultori chiesero al collega Benito Panariti, giurisperito e membro anziano dell'Istituzione, di convocare l'Assemblea, per decidere sulla sua sorte. In qualità di presidente del collegio dei revisori dei conti, il 13 novembre Panariti diramò la convocazione in “riunione sociale” a tutti i Consultori, per “comunicazioni e risoluzioni relative”.
   L'Assemblea si adunò all'Hotel Excelsior di Roma alle 15 del 22 novembre 2001, presente S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca di Aosta. Sul quello corto di una lunga tavola di tre lati prese posto il barone Emanuele Emmanuele di Culcasi, già vicepresidente. All'estrema destra del lato lungo sedette il Duca, accanto al quale prese posto Pier Luigi Duvina.
  Aperti i lavori intervennero, tra altri, Domenico Giglio, Capasso Torre, Leonardo Bianchi, il generale Luoni. Duvina auspicò che la Consulta venisse ricostituita ma nel frattempo essa era sciolta perché per il monarchico vige l'obbedienza. Espresse dispiacere ma dichiarò la propria obbedienza. Ebbe anche parole non riguardose alla volta del Duca.
    Enrico Venanzi respinse il provvedimento. Di pari avviso furono Alessandro Cremonte Pastorello e Mario Miale, che esortò ad “andare avanti come nulla fosse accaduto”. 
   Il consultore Aldo Alessandro Mola presentò un sintetico ordine del giorno. A larga maggioranza i presenti lo accolsero: respinsero scioglimento e liquidazione della Consulta e rimasero in carica, contro ogni pretesa arbitraria di chi non aveva titolo per deciderne la sorte.  Richiamato il Messaggio di Umberto II il 3 febbraio 1955 inviato al Gruppo Monarchico di cui la Consulta si volle ed è erede storica, istituzionale e morale, veduti lo statuto allegato all'atto della nascita della Consulta quale associazione di fatto ai sensi delle leggi vigenti, atteso che i suoi componenti sono vitalizi e irrevocabili, i fautori dell'ordine del giorno presentato da Mola dichiararono di continuare a perseguire l'opera, orgogliosi del conforto di S.A.R. il Duca d'Aosta.            
     
   Da ottobre alcuni Consultori avevano comunicato a Santaseverina, ai componenti del Consiglio di presidenza e a Franco Mattavelli, segretario particolare di Vittorio Emanuele, il loro netto rifiuto di sottostare alla “raffica di provvedimenti contraddittori” susseguitisi nel volgere di un paio di mesi: commissariamento, scommissariamento, reintegro del Consiglio di presidenza e infine “scioglimento e liquidazione su due piedi” della Consulta: una “associazione di natura politica privata, apartitica, che, in base al principio giuridico dell'autonomia, poteva sciogliersi solo con delibera della sua assemblea e non da autorità esterna ad essa”.
   Da Domenico Giglio e da altri venne anche deprecata la consegna degli atti del “sodalizio” a un Archivio della Repubblica, un “sovrapprezzo”, affermò Miale,  aggiunto al suo scioglimento, “pagato per invogliare il governo repubblicano all'abolizione della XIII disposizione transitoria della Costituzione” che vietava il rientro e il soggiorno in Italia degli ex re d'Italia e ai loro discendenti maschi.
 
     Collocata nel suo esatto contesto storico, vale a dire la trattativa in corso tra Vittorio Emanuele di Savoia e lo Stato d'Italia per ottenere la “sospensione” dell'esilio, la Consulta, che formalmente ne era e ne rimase all'oscuro, deliberò che andava dunque respinta la decisione unilaterale dello scioglimento e della liquidazione, a parte ogni considerazione su tempi, modi oltraggiosi e loro conseguenze, compreso il discredito perpetuo che sarebbe ricaduto su di essa e su ciascun suo componente ove fosse stata subita supinamente, quasi i Consultori fossero colpevoli di atti infamanti

     In una “memoria” inviata al Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, il Consultore Enrico Venanzi osservò che “la Consulta, composta alla stregua del Senato del Regno da membri vitalizi non revocabili se non per accertata indegnità personale, incarna il 'patto' tra Sovrano e Popolo che ispirò lo Statuto e che legittimò e legittima la stessa sovranità del Monarca o l'aspirazione del pretendente al trono. Sotto tale profilo, il più importate di tutti, lo scioglimento e messa in liquidazione della Consulta, ancorché inani, acquistano la dimensione d'una manifestazione di disprezzo di quel patto, d'un attentato alle garanzie statutarie, alla Tradizione e al rispetto della 'volontà della Nazione'.” 

   Come la Nottola di Minerva si leva al tramonto, così proprio nel 2001 Aldo Pezzana, presidente del Consiglio di Stato, libero docente di diritto romano all'Università “La Sapienza” di Roma e di storia degli ordinamenti negli Stati italiani nella libera Università San Pio V, pubblicò il profilo della Consulta dei senatori del regno (1955-2001), di cui suo padre, barone e generale Alfredo, era stato componente dal 1973  (v. in appendice al suo volume Gli uomini del Re. Il Senato durante e dopo il fascismo, prefazione di Aldo A. Mola, Foggia, Bastogi, novembre 2001). Vi produsse l'Elenco dei membri vitalizi della Consulta, cooptati con approvazione sovrana dal 12 maggio 1960 alla morte di re Umberto II e l'elenco di quelli in carica nel 2001, quali risultavano dalla documentazione in suo possesso.

  Di rientro dall'Assemblea del 22 novembre 2001, nella prefazione al citato volume di Aldo Pezzana il Consultore Aldo Mola fece in tempo a dare notizia dell'avvenuto in termini non equivoci: “Alla beneauspicante presenza di S.A.R. il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta” la Consulta era “viva e vitale”, con ininterrotta continuità formale e sostanziale.  Evidenziò anche la curiosa coincidenza temporale, il 14 settembre, della lettera di scioglimento e liquidazione con la prima approvazione in Senato della sospensione di efficacia del citato comma dell'articolo XIII della Carta. Era comprensibile che Vittorio Emanuele di Savoia desse un segno di buona volontà disconoscendo la Consulta, ma doveva esserlo altrettanto che i suoi componenti decidessero di rimanere al loro posto, come Papirio nella Roma invasa dai Galli Boi. Così fu.

  Il 4 febbraio 2002, avuta notizia del giuramento di fedeltà alla Repubblica il giorno prima prestato da Vittorio Emanuele di Savoia e da suo figlio, non richiesto e non dovuto da chi non ricopre cariche pubbliche, la Consulta riconobbe che fedele interprete dei valori storici del Risorgimento e della Monarchia sabauda era il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, come già da essa attestato (leggi il comunicato stampa di Sergio Boschiero e Gian Nicola Amoretti, Segretario e Presidente dell'Unione Monarchica Italiana, riguardante giuramento di fedeltà alla repubblica). 

  Grazie all'opera di un direttivo provvisorio, presieduto da Enrico Venanzi, affiancato da Arrigo Luca di Windegg, Alessandro Cremonte Pastorello e Michele Pazienza, nel corso del 2002-2003 la Consulta provvide alla sua  vita associativa  pubblica con la presenza a eventi, quali le solenni rievocazioni del regicidio a Monza, ogni 29 luglio.

   Il 3 ottobre 2003, su impulso di Gino Birindelli, già suo presidente, e di Michele Pazienza, l'Assemblea della Consulta di riunì in Roma su convocazione di Venanzi, che propiziò la sede della riunione, e stilò il programma d'azione degli anni seguenti, varò cooptazioni, elesse presidente Aldo A. Mola, vicepresidenti Enrico Venanzi ed Arrigo Luca di Windegg, segretario e tesoriere Michele Pazienza, Alessandro Cremonte Pastorello, Gino Birindelli e Mario Miale consiglieri.
   Il presidente acquisì copia dei Verbali della Consulta conservati all'Archivio Centrale dello Stato, ove sono conservati i 54 Faldoni delle Carte della Consulta.

   Il 6 novembre 2003 con atto rogato dal notaio Carlo Gaddi in Roma, presenti, direttamente o per delega, 27 dei 34 dei suoi componenti l'Assemblea della Associazione “Consulta dei Senatori del Regno” modificò lo statuto associativo, trasferendo la sede da via Rasella 155 (Roma) a piazza Cesare Nerazzini 5, presso lo studio dell'avvocato Michele Pazienza, ed elesse  il Consiglio direttivo formato da Aldo Alessandro Mola, Alessandro Cremonte Pastorello, Enrico Venanzi, Michele Pazienza, Arrigo Luca di Windegg, Mario Miale, Gino Birindelli e nominò  revisori dei conti Benito Panariti, Gian Nicola Amoretti e Marco Grandi. 
    
   Successivamente alcune persone che avevano accettato lo scioglimento e la liquidazione della Consulta, e quindi avevano perduto il rango di Consultori, si raccolsero in una associazione che assunse identica denominazione dell'originaria. Dai suoi stessi atti emerge che essa non ha continuità con l'unica Consulta sorta per volontà e con il viatico di Umberto II e che continua ad assolvere la missione “Italia, innanzi tutto”.


Pubblicato su Annuario della Nobiltà italiana
a cura di Andrea Borella,
XXXIV edizione 2021-2026, parte I, Savoia,
Teglio (Sondrio), gennaio 2026